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Rassegna Stampa del 18/01/2012:

lunedì 16 gennaio 2012

Quando a guidare la nave è un vile gradasso. Metafora dell'Italia cialtrona che tarda a scomparire


Allora, con chi vogliamo prendercela? E' colpa dei Bizantini o dei Borgia, di Machiavelli o di Longanesi, di Neri Parenti o del Grande Fratello? O forse è proprio nell'innata indole di noi italiani una certa dose di bonario pressappochismo, che talvolta diviene così inopinatamente spinto da provocare insensate ed evitabili tragedie? Senza andare assai in là nel tempo, quel che è accaduto alla nave Concordia della Costa Crociere, schiantatasi contro uno scoglio nei pressi dell'Isola del Giglio per un "banale" quanto incauto sollazzo del suo comandante, è l'ennesima metafora di un Paese che ha smarrito la rotta morale, in cui il "Me ne frego" di fascistiana memoria e il "Ghe pensi mi" berlusconiano si sono sciaguratamente mescolati ed hanno a tal punto attecchito nella società da trasformare ogni regola in un urticante optional.

L'unico relativismo oggi dominante, che finanche gli antirelativisti d'ordinanza del Vaticano hanno dovuto catalogare con l'infamante etichetta di "catastrofe antropologica", è appunto quello del perenne stato di eccezione tanto a livello civile quanto sul piano della legalità. Dove molti italiani, purtroppo ancora troppi  malgrado gli sforzi di un Presidente della Repubblica che per trovarne uno di pari levatura bisogna recuperare forse la figura di Sandro Pertini, fanno un pessimo uso della propria cittadinanza arrogandosi il diritto di contravvenire alle norme e di eludere le responsabilità, in ossequio alle turpi consuetudini concettuali del "così fan tutti" o del "tanto ci penserà qualcun'altro". Non è forse questa la rappresentazione caricaturale più ricorrente di gran parte delle italiche degenerazioni, che non di rado e non sempre a torto ci fanno guadagnare disprezzo e antipatia oltre i patrii confini?

Quell'avvicinarsi alla riva oltre il consentito, omaggio stupido e scellerato del comandante della Concordia al solo membro del suo equipaggio originario proprio del Giglio - secondo alcuni testimoni - o al Sindaco dell'Isola stessa - secondo altri - ha assunto repentinamente le sembianze di un'assurda disgrazia consumatasi in mondovisione. Per quella forma molto pericolosa e diffusa di esercizio narcisista del potere che, come dimostra il ventennio alle nostre spalle, allorquando prende il sopravvento sul buonsenso e, per l'appunto, sul rispetto assoluto delle regole ha come unico approdo possibile il rovinoso naufragio.

Stavolta è finita malissimo, in altre occasioni solo il caso ha evitato esiti peggiori. Come quando a Capri, qualche mese addietro, un comandante "piacione" della Snav si azzardò a lasciare la guida del proprio aliscafo colmo di turisti alla civetta passeggera di turno. O come tutte le volte che un conducente di tram o di autobus si distrae col cellulare mentre è al volante. In Italia, specialmente in Italia, la madre degli idioti è sempre incinta!

L'ottimo Pigi Battista ha scritto sul Corriere della Sera, a commento dei drammatici fatti del Giglio, che in quella vicenda "di tragico, oltre alla morte di tante persone, c'è la sconcertante sequenza di leggerezze, di manifestazioni di incompetenza, di fatuità, di irresponsabilità e di viltà che, tutte, richiedono una severità senza indulgenze per chi si è macchiato di comportamenti così folli". Per chi, non pago dell'incalcolabile danno umano ed economico causato, ha successivamente abbandonato come un sorcio la nave e perso la dignità nel proditorio tentativo di addossare le responsabilità su altri. Illudendosi così, con macabra faciloneria, di poter nascondere le proprie mancanze a se stesso, alle vittime, al mondo intero e di farla franca.

Del resto, si tratta di un copione ben noto. Negli ultimi anni siamo stati abituati ad ascoltare a ripetizione, anche in politica, l'odiosa cantilena delle menzogne perfino di fronte a situazioni oggettive. Con potenti strumenti di propaganda e macchine del fango costantemente all'opera, per cercare di sovrapporre realtà e finzione e di confondere una già largamente sprovveduta opinione pubblica. Battista ha ragione: certe condotte non possono più rimanere impunite nella nuova Italia che faticosamente prova ad affermarsi. Quella dei controlli fiscali che non destano scalpore e della guerra ai privilegi corporativi, delle lacrime e del sangue da sopportare con equa condivisione, delle riforme e delle liberalizzazioni imposte come ultima spiaggia in nome di ragioni superiori, della sobrietà e della responsabilità elevate finalmente al rango di esemplari modelli di convivenza.

Perchè dietro l'angolo, grazie ai meccanismi della nostra grottesca "metademocrazia fai da te", c'è sempre il rischio che a guidare la nave Italia torni daccapo un audace gradasso pronto a ingannarci e a spremerci come limoni, per poi lasciarci vilmente in balia delle onde nel pieno della tempesta preferendo mettere al riparo i propri interessi particolari. E' una preoccupazione talmente ovvia che non dovrebbe lasciare indifferenti nemmeno i vari attori sociali più o meno legittimamente indignati e incazzati, i quali farebbero meglio a svegliarsi e a piantarla di correre dietro a improbabili teorie complottarde e ad agit-prop di professione, mettendo invece oppurtunamente al servizio della Nazione il proprio candido entusiasmo. La gravità del momento ha bisogno di protagonisti consapevoli e capaci di conquistarsi un ruolo, non di anonymous velleitari e vocianti.

venerdì 13 gennaio 2012

Una pessima giornata che non fermerà il cambiamento


God save the Presidents! E' questo il grido che bisognerebbe scandire all'unisono e con forza liberatoria, ripensando all'Italia che era fino a due mesi fa e osservando come ora i giganti della normalità e del buonsenso, Napolitano e Monti, provano tenacemente a rivoluzionarla. Ciò che la nostrana politichetta nazional-popolare non è riuscita ad ottenere in lustri e lustri di rigoroso "tirare a campare", ora quei due lo invocano e lo promuovono con allegra naturalezza. Anche se non sempre riescono a scardinare le resistenze di chi proprio non vuole rassegnarsi a piegare i particolarismi al bene comune.

E in effetti tanto tuonò che piovve. A furia di agitare lo spauracchio dell'usurpazione, la casta ce l'ha fatta a prendersi la sua estemporanea rivincita sull'ingombrante élite piazzata al governo da un "megacomplotto delle plutocrazie internazionali", facendoci ripiombare nel peggior incubo berlusconiano con la fugace riedizione del tristissimo copione appena rimosso dalla vicenda patria a furor di popolo e di spread.

Eppure tutto procedeva nel segno dei migliori auspici: Minzolini scacciato a pedate dalla poltronissima del Tg1, le fantomatiche pulsioni separatiste della Lega private di un'indebita e a lungo tollerata dignità istituzionale, gli evasori fiscali finalmente inseguiti dalla vindice gogna di un rinsavito Stato, per non parlare dei più beceri populismi della trapassata repubblica ridotti ai margini del dibattito politico e dell'azione civile. E aggiungiamoci pure il crollo negli ascolti di trasmissioni televisive come il Grande Fratello, che negli anni addietro rappresentavano un must perfino per chi nutriva aspirazioni di assurgere a ruoli pubblici di primissimo piano.

Potevamo davvero confidare nell'en plein e illuderci che il ceto politico, sull'onda del nuovo corso tutto responsabilità condivise e sacrifici equamente ripartiti, mutasse repentinamente pelle? Troppa grazia. L'infida serpe, almeno per un giorno, ha invece di nuovo sequestrato il parlamento tenendolo occupato non in noiosissime discussioni su come far uscire il Paese dalla crisi bensì nella tracotante difesa del proprio affiliato Cosentino. E proprio nel mentre che i rispettabilissimi soloni dell'alta corte sancivano che quel milioneduecentodiecimilaquattrocentosei valorosi cittadini, che la scorsa estate si erano affannati nella rivendicazione dal basso di un sistema elettorale effettivamente democratico, avrebbero fatto meglio a fare i bagagli e a portare la famiglia al mare. 

Siamo messi male, non c'è che dire. Ma una cosa è certa: senza l'ostinata voglia di dare un taglio netto a certe consunte abitudini che da mesi dilaga nella parte migliore della società, quella che soffre ma non perde la capacità di indignarsi, e senza il coraggio di fare finalmente "pessimo viso a cattivo gioco" mostrato dalla sobria e affiatata coppia Napolitano-Monti, saremmo già sprofondati nel baratro e oggi suoneremmo la lira e balleremmo il sirtaki in compagnia dei cugini greci, rammentando i fasti dei tempi andati nell'olimpo dell'autocommiserazione.

E' per questa ragione che non bisogna demordere e occorre anzi perseverare nella lotta, magari rinunciando all'insensato berciare in stile Di Pietro (che dimostra sempre di più di non voler sopravvivere all'odiato berlusconismo, di cui è in parte imbevuto) contro i simboli solenni della Costituzione. Perchè stavolta l'orda infame dei peggiori, fuori e dentro il Palazzo, può realmente perdere la guerra, anche se di tanto in tanto  piazzerà ancora qualche colpo di coda.

Fidiamoci dunque dei due nostri degnissimi Presidenti, assai apprezzati nel mondo e talvolta mal sopportati in patria, e continuiamo nel contempo a presidiare le piazze reali e virtuali dell'imperfetta democrazia italiana. Perchè il cambiamento è già cominciato e chi si ostina a sottovalutarne la forza, per miseri opportunismi che poco o nulla hanno a che vedere con le sorti della comunità nazionale, è condannato a farsi travolgere.

sabato 7 gennaio 2012

Debiti, diseguaglianze, solitudine: la crisi è sempre più assassina



Non solo Cortina, con l'infinita orda di infami truffaldini giustamente scovati dal "famelico fisco" e abituati a campare nel lusso a spese dei cittadini onesti. E non solo Lele Mora, iscritto per meriti acquisiti sul campo al predetto club di furbastri impenitenti, al quale mi sento di suggerire con una punta di cinico entusiasmo, la prossima volta che sarà percorso da impeti di generosità verso il mondo, di ricorrere a metodi ben più efficaci degli innocui cerottini per la bua. No, lorsignori tutto sono fuorché vittime e non meritano alcuna indulgenza. Perchè la crisi, purtroppo, sta continuando a mietere vittime reali aggredendo soprattutto quei settori della società più esposti ed indifesi.


Il suicidio, che di recente sta guadagnandosi la ribalta delle cronache nazionali, è diventato quasi una tendenza di massa, praticata con drammatica e quotidiana regolarità da ogni sorta di reietto dai meccanismi del sistema. Nelle carceri, sovraffollate ai limiti dell'inumano, la contabilità dei morti per solitudine è ormai attestata su livelli apocalittici; nel mondo del lavoro, decine di giovani precari senza futuro e di padri di famiglia che perdono il posto ricorrono sempre più spesso all'estremo gesto di disperazione; infine le new entry, persone che fino a poco tempo fa venivano considerate privilegiate, piccoli e medi imprenditori divenuti insolventi proprio malgrado, abbattuti dagli effetti nefasti di una crisi economica senza precedenti e strozzati dai debiti.

Il boom del fenomeno ha cominciato a manifestarsi più intensamente a partire dal 2009, certificato da una indagine di Eures condotta sulla prima ondata di fallimenti e di licenziamenti che ha rivelato il lato più cupo della recessione: fra chi ha perso il lavoro, che si tratti di imprenditori o di dipendenti, la decisione di ricorrere al suicidio è aumentata di oltre il 40% in un anno, con la triste media di un morto al giorno.

A livello più generale, benchè frequentissimo fra i giovani in cerca di prima occupazione o segnati da gravi condizioni di precarietà economica, sul piano socio-demografico il suicidio si conferma decisamente più diffuso nella fascia più anziana di popolazione, con maggiore incidenza al Nord (1.600 casi soltanto nel 2009 pari al 53,6% del totale, a fronte dei 561 casi del Centro e degli 825 del Sud). Il dato più preoccupante si riferisce alla comune "matrice economica" dello stato di sofferenza, a conferma della forte interdipendenza, innanzitutto a livello identitario, fra capacità di ruolo sociale e, per l'appunto, autonomia economico-occupazionale.

E' negli ultimi 12 mesi, invece, che gli organi di informazione hanno dovuto battere con crescente frequenza le notizie di suicidi fra i titolari di aziende in crisi. Nel Nord-Est, in proposito, si registra un vero e proprio allarme sociale. Al di là degli episodi più recenti che hanno funestato il periodo natalizio (e che per la verità hanno riguardato pure le regioni meridionali), già nel 2010, soprattutto nel settore dell'edilizia, decine di imprenditori si erano uccisi non potendo più far fronte ai loro problemi economici. Al punto da indurre l'Associazione Costruttori del Veneto, per tentare di arginare il macabro andazzo, a rivolgersi al noto luminare della psichiatria Vittorino Andreoli.

Le cause della disperazione sono sempre le stesse: eccesso di burocrazia, ritardati pagamenti da parte della pubblica amministrazione, insostenibilità dell'imposizione fiscale, inaccessibilità al sistema creditizio, ricorso alla rete illegale dell'usura. E quando un'azienda è costretta a dichiarare default, come è ovvio, tanti operai e dipendenti finiscono per strada assieme al proprio datore di lavoro, andando ad ampliare la zona grigia della sofferenza.

E qui interviene il dibattito su Equitalia ed i suoi metodi di riscossione, con molti osservatori, in particolare proprio nel cosiddetto "popolo delle partite iva", che le lanciano legittimamente strali definendola come una sorta di spietato vampiro che soffoca la libera iniziativa e impedisce la crescita economica, inducendo cittadini e imprese a forme estreme di rivolta e non di rado alla morte.

Circostanza, quest'ultima, che non può in alcun modo diventare un alibi sia per quanti eludono ed evadono le tasse frodando coscientemente lo Stato (soggetti che costituiscono il vero impedimento allo sviluppo e la principale causa del diffuso disagio nel Paese), sia per coloro che vogliono strumentalizzare solo a fini ideologici la dura attualità dispensando pallottole a destra e a manca.

Beppe Grillo ha senza dubbio esagerato con la provocazione di affermare che vanno comprese le ragioni anche di chi compie atti terroristici contro le sedi di Equitalia, ma sono altresì inopportune le intimidazioni verbali rivolte all'Agenzia delle Entrate e alla Guardia di Finanza, solo perchè esercitano il proprio dovere di effettuare controlli e di perseguire le illegalità, da molti esponenti di Pdl e Lega. Due forze politiche che hanno governato per 10 anni l'Italia, fino a due mesi fa, tollerando sistematicamente (spesso perfino incoraggiandoli) i comportamenti illeciti di chi non si è mai curato di partecipare dei sacrifici a cui tutti siamo oggi chiamati per evitare il tracollo del sistema-nazione.

Questo non è più il tempo dei populismi, delle carezze interessate ai settori dell'elettorato ritenuti più prossimi, degli egoismi e degli schiamazzi. La fase attuale è talmente grave che nessuno, specialmente fra chi riveste ruoli di responsabilità politica, può più permettersi di giocare col futuro della gente per i meschini tornaconti di lobby più o meno pulite.

E allora, se essi servono a sostenere l'arduo percorso di salvezza del Paese, ben vengano i blitz degli agenti del fisco, al Nord come al Sud, nel privato come nel pubblico, a dimostrare che non è vero che lo Stato è assente o non è capace di colpire chi si sottrae all'obbligo civile e morale dell'onestà. Ma ben vengano pure leggi più eque sul piano della concorrenza e della crescita, una burocrazia meno vessatoria e onerosa, un sistema creditizio più trasparente e flessibile.

Perchè, tornando alla riflessione di partenza, è fra i meno garantiti che si annidano i rischi maggiori di cedere all'oblio. Fra i derelitti di una società profondamente ingiusta e irresponsabile in cui chi ha troppo non ha mai concesso nulla al senso comunitario anzi, ha sempre spremuto il sistema e preteso di più; e chi ha poco non ha di contro più nulla da perdere, nemmeno la propria dignità.

Dei tanti casi di suicidio degli ultimi giorni, colpisce in modo particolare quello dell'anziano pensionato di Bari che si è tolto la vita per paura di non riuscire a restituire all'Inps la somma di 5 mila euro indebitamente percepita (per un errore di calcolo dell'Inps stesso) e di perdere conseguentemente la propria unica casa. L'uomo, di 75 anni, viveva con 700 euro al mese frutto di una pensione sociale italiana e di due miseri assegni elargiti da Germania e Olanda, dove aveva lavorato per qualche anno da giovane emigrante. L'ente previdenziale gli ha fatto recapitare la lettera fra Natale e Capodanno, invitandolo a rimborsare quanto dovuto con rate di 50 euro al mese che per lui, fra cibo e bollette, erano comunque un'enormità. Così è intervenuta, risolutivamente, la depressione assassina.

Depressione e solitudine, accanto alle motivazioni economiche, sono le altre principali cause del suicidio, capaci di infierire anche per futili motivi o comunque senza apparenti e valide ragioni. Come a Vicenza, dove una ragazzina di 15 anni si è ammazzata, stando allo sfogo da lei stessa affidato al profilo di facebook prima di andarsene per sempre, perchè "delusa dal Capodanno". O come a Ferrara, dove uno stimato avvocato, presidente delle Camere penali e impegnatissimo sul versante della lotta alla mafia, ha deciso improvvisamente di impiccarsi in garage.

L'angoscia letale è dunque un sentimento trasversale e beffardamente democratico, che non tiene affatto conto dell'età o del ceto sociale quando sceglie la propria vittima. Chi pare non poter sfuggire alle sue grinfie, ancor più che i disoccupati o gli imprenditori falliti, è la dannata categoria dei detenuti, definita dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano nel suo discorso di fine anno come una "prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile" . Forse fra le questioni eticamente più pressanti, assieme a quella della cittadinanza ai figli degli immigrati nati nel nostro Paese, con cui il governo dei tecnici e il parlamento degli screditati dovranno presto misurarsi.

Anche dentro le carceri l'anno appena iniziato sta seguendo la stessa scia di morte di quelli precedenti, con il bollettino dei suicidi continuamente aggiornato dall'osservatorio dell'Associazione Antigone e dall'Agenzia Radicale. I numeri parlano chiaro: dal 1997 a tutto il 2011 si sono tolti la vita negli Istituti di pena 882 detenuti e 90 agenti di custodia; solo lo scorso anno si sono contati 66 casi di suicidio fra i reclusi (ma su altri 23 casi le ingadini sono ancora in corso), un terzo dei quali stranieri; nella prima settimana del 2012, infine, sono già quattro i suicidi accertati. A tutto questo bisogna aggiungere che negli ultimi 24 mesi, grazie all'intervento del personale di vigilanza, sono stati sventati 2000 tentativi di suicidio fra i detenuti, quasi tutti di età inferiore ai 40 anni e perlopiù sottoposti a custodia in attesa di giudizio.

Le organizzazioni italiane da sempre attive nel campo dei diritti civili, cogliendo proprio la rinnovata apertura di sensibilità del Presidente della Repubblica, tornano ora a chiedere a gran voce alle istituzioni di porre fine a questa strage infinita, attraverso misure in grado di risolvere finalmente l'annosa problematica del sovraffolammento e mediante controlli più accurati sulle condizioni di permanenza dei detenuti all'interno dei penitenziari e sul trattamento loro riservato.

Considerando i moti tempestosi di rinnovamento che stanno attraversando l'intero pianeta a livello politico ed economico, con effetti non sempre positivi sulle popolazioni interessate, è del tutto evidente come proprio questo sia il momento di mettere da parte egoismi e interessi di parte per sforzarsi invece di contribuire al benessere della comunità alla quale si appartiene innanzitutto sul piano dell'affermazione dei diritti e delle opportunità, ciascuno secondo le proprie possibilità. Solo così si potrà sperare di abbattere realmente il muro delle sperequazioni, offrendo a chi soffre del "male di vivere" l'appiglio della dignità umana.

L'Italia, in particolare, sperduta provincia del decadente impero occidentale, se non saprà dimostrarsi all'altezza delle sfide presenti e future cancellando con un deciso colpo di spugna le proprie ataviche storture morali e culturali (dai rapporti di Transparency risultiamo anche nel 2010 fra i Paesi più corrotti al mondo, Censis e Istat continuano a ripeterci che il 30% dei nostri giovani non lavora, Openpolis descrive la classe politica italiana come la meno competente e la più pagata d'Europa, senza scordarci della criminalità organizzata e del debito pubblico e della già citata evasione fiscale), condannerà se stessa all'autoannientamento.

Sarà poi la storia a decidere se bisognerà parlare della nostra fine ingloriosa come di un imprevisto incidente di percorso o come di un suicidio collettivo consapevole.

lunedì 2 gennaio 2012

2012, saranno ancora lotte e sacrifici ma all'insegna della tecnologia


Se n'è appena andato un anno terribile, segnato da sofferenze sociali ed economiche senza precedenti capaci di fiaccare perfino l'opulento occidente. Prende il suo posto il 2012, già carico di cattivi presagi alimentati dalla famigerata profezia dei Maya (tranquilli, fra 12 mesi saremo ancora qui a ridere con Crozza dell'ultima parodia di Kazzenger) e che certamente continuerà a funestare la finanza globale costringendoci a nuove e massicce dosi di lacrime e sangue.

Tuttavia, forse è proprio a causa del crescente disagio fra le popolazioni del pianeta che si può affermare che l'anno che comincia fornirà nuovi spazi e nuove opportunità sul piano dell'interazione digitale e dei progressi tecnologici. E' ormai evidente, infatti, che col passare del tempo si ampliano le occasioni di interconnessione e di contaminazione. Gli smartphone, in particolare, ci stanno abituando a condividere in Rete ogni nostro movimento quotidiano. Il fenomeno viene analizzato dal sito specializzato Global Publishers Italia, che riprende la previsione sulle principali tendenze "social" del 2012 così come vaticinate da David Armano, notissimo guru di Harvard.

Certo, non sempre si tratta di aspirazioni realmente utili. Se, ad esempio, si prende come riferimento un recente esperimento della Coca Cola, che ha creato un parco dove gli utenti sono muniti di un badge che consente, strisciandolo negli esercizi commerciali, di pubblicare sul proprio profilo Facebook ciò che si sta facendo in quel momento, allora viene da maledire l'eccessiva invadenza di Internet. Domino's Pizza, per citare un altro caso "insolito", ha installato uno schermo gigante in Time Square per far scorrere i feedback non filtrati dei suoi clienti. Non può essere questa la nuova ed auspicabile frontiera dell'interconnessione fra mondo digitale e vita reale.

Se è vero che è in corso una gara a sviluppare sistemi in grado di premiare chi esercita la maggior influenza sui social network, meglio forse spostare lo sguardo altrove. Una piattaforma che sta emergendo è Klout, la cui missione è di convertire appunto l'influenza in valore economico. Chiunque abbia qualcosa da dire, che si tratti di cittadini comuni o di più celebri opinion leaders, ha ora la possibilità di trasformare la propria capacità di influenzare gli altri in guadagno, grazie a una ben definita un'unità di misura.

Idee, opinioni e aggiornamenti di stato sono ciò che davvero rende i social media potenti. L'industria della comunicazione e dell'informazione l'ha compreso prima di altri settori, aggiungendo possibilità di condivisione dei contenuti e guadagnando così in termini di contatti e di risultati sui motori di ricerca. Su questa scia, è l'e-commerce che punta adesso a nuove opportunità di pubblicazione, dalla recensione di una scheda prodotto direttamente dal sito fino alla condivisione della vacanza appena prenotata o al suggerimento di un qualsiasi servizio sulla propria bacheca. Insomma, è l'affermazione del "total sharing" oltre i semplici contenuti.

E la televisione, saprà adeguarsi all'incedere della rivoluzione digitale o resterà indietro? Guardare la tv è per molte persone già di per sè un'attività sociale. Sono tante, per esempio, le trasmissioni che consentono agli spettatori di commentare la diretta attraverso gli sms o su Twitter, ma nel 2012 l'interazione con la "scatola magica" diventerà un'esperienza ancora più social. E' nata da poco, ad esempio, l'innovativa piattaforma Get Glue, che permette di fare un vero e proprio "check-in" alle trasmissioni preferite e di creare album a tema. Una tendenza destinata a stravolgere il mercato del settore, da sempre scosso dalle polemiche sul sistema di rilevazione degli ascolti.

Visto che, come ci ha ricordato pure il presidente Napolitano nel suo discorso di fine 2011, il nuovo anno si porterà dietro i vecchi problemi economici, lo stesso settore dei soldi si sta avviando lungo un sentiero caratterizzato dall'approccio più social. Alcune interessanti piattaforme, in particolare, si stanno dotando di strumenti di "micro-economia", per dare a chiunque abbia un progetto la possibilità di attuarlo ricorrendo a forme di sostegno spontaneo in Rete in cambio di un piccolo ritorno economico. Una di queste di chiama Quirky e si occupa di ricerca, consentendo alle idee più valide di essere notate e aiutate a essere prodotte e vendute. La formula è quella del guadagno/risparmio, con tanti altri esempi di siti in cui a farla da padrone è la negoziazione diretta tra i singoli col superamento di ogni sovrastruttura.

Non c'è che dire, tante belle e promettenti innovazioni. Ma guardando alla sola realtà italiana, quale potrà essere l'impatto del progresso tecnologico? Dai dati dell'ultimo censimento Istat, si evince la sempre maggiore dimistichezza degli italiani con le nuove tecnologie ma si confermano altresì gli storici ritardi. Nel 2011, rispetto al 2010, è cresciuta di oltre un punto percentuale la quota di famiglie in possesso di un personal computer attestandosi intorno al 59%. L'accesso a Internet (54,5%) è invece aumentato di circa due punti percentuali, così come la connessione a banda larga (dal 43,4% al 45,8%).

Questo andamento è dovuto soprattutto ai giovani. Le famiglie con almeno un minorenne sono infatti quelle più tecnologiche, con l'84,4% che possiede un computer, il 78,9% che ha accesso a internet e il 68% che utilizza la banda larga. Sul piano della composizione sociale e demografica degli utenti, al Nord (con valori intorno al 50%) si naviga in Rete maggiormente che al Sud (distanziato di una decina di punti percentuali). Il divario si fa ancora più sensibile (quasi 25 punti percentuali) fra i nuclei in cui il capofamiglia è un operaio e quelli in cui è un dirigente, un imprenditore o un libero professionista.

Quanto ai motivi dell'utilizzo, gli italiani frequentano la Rete prevalentemente per spedire o ricevere e-mail (80,7%) e per cercare informazioni su merci e servizi (68,2%). Rispetto al passato, cresce pure la quota di coloro che usano Internet per leggere news online (+7%) e per avere consigli sanitari (+5%). Rimane stabile, infine, il numero di persone che si rivolgono al web per ottenere informazioni dai siti della Pubblica Amministrazione.

Analoga fotografia l'ha scattata sul finire del 2011 il Censis, che ha concentrato l'attenzione proprio sulle nuove generazioni. Intanto, viene confermato il dato che vuole oltre la metà degli italiani connessi, traguardo raggiunto grazie appunto alle fasce più giovani e più istruite della popolazione (87,4% rispetto al 15% degli anziani e al 37,7% dei meno scolarizzati).

Secondo il rapporto dell'istituto di Piazza Novella, il 12,3% degli italiani (26,8% per i giovani) cerca lavoro sul web; il 37,9% (46,5% per i giovani) si connette per cercare una strada o una località; il 22,5% (18,6% per i giovani) compie operazioni bancarie; infine, il 26,5% ascolta musica, il 19,3% fa acquisti, il 18% prenota viaggi e il 14,6% guarda un film (si tratta, in tali ultimi casi, quasi esclusivamente di giovani).

Per quel che riguarda l'informazione, anche per il Censis cresce la quantità di italiani (29,5%) che attinge le notizie dal web. Dato che lievita al 49% nel caso dei giovani, usi a consultare anche portali non strettamente giornalistici. In particolare, il 26,8% s'informa con Facebook, il 16,7% con Youtube, il 12,9% con gli sms  (per i giovani la percentuale sale al 17,1) e il 2,5% con Twitter (4,8% per i giovani).

Al di là dei dettagli forniti dalle statistiche, tutti i principali punti di osservazione demoscopica e i maggiori analisti in campo tecnologico annunciano che nel 2012, esattamente come negli ultimi anni, il web si caratterizzerà comunque, almeno per quella fetta di netizen più evoluta e sensibile, come uno strumento sempre più sociale mediante il quale condurre battaglie civili e sensibilizzare l'opinione pubblica rispetto a tematiche assai rilevanti. Purtroppo, in questo senso, le occasioni per fare Rete e per mobilitarsi continueranno a non mancare.

Tale tendenza è stata ripresa dalla giornalista Sara Picardo nel libro Net@twork, storie di lotte di uomini e donne in Rete, di recente pubblicazione e che vale la pena leggere. Affronta tante vicende di disperazione e di conflitto sociale: dalle ex lavoratrici dell'Omsa alla mamma di Federico Aldrovandi, dai blogger che hanno acceso la miccia della primavera araba ai dissidenti perseguitati dal regime cinese, dai cassaintegrati dell'Asinara ai giovani palestinesi di Gaza, dai precari del call center Teleperformance al Popolo Viola. Tutte rievocate, attraverso la stessa voce dei protagonisti, dal punto di vista della Rete che ha consentito loro di sfondare la rigida barriera eretta dal cosiddetto giornalismo mainstream.

Di persone che hanno affidato alla sconfinata comunità del web i propri messaggi di dolore e le proprie battaglie, cercando ascolto dopo essere stati ignorati dall'informazione che conta, sono pieni i blog e i social network. Esempi "vissuti" che testimoniano le infinite potenzialità della Rete e i motivi per cui, come osserva la stessa autrice di Net@twork, una protesta isolata come quella dei lavoratori sardi della Vinyls può incontrare più sostenitori di quanti telespettatori (idioti e decerebrati!) non ottenga il Grande Fratello.

Insomma, il progresso è tale solo se si rivela utile alla società e se trova in essa ampie possibilità di condivisione. A maggior ragione se si tratta delle moderne tecnologie con le quali, volenti o nolenti e specialmente nel decisivo ambito della comunicazione, tutti dovremo imparare a fare i conti. Proprio come con la crisi economica.

venerdì 23 dicembre 2011

Democrazia, libertà, ricerca: cosa resterà di buono del 2011 nonostante la crisi


Il 2011 volge al termine, lasciandosi dietro tantissimi avvenimenti destinati, nel bene e nel male, a restare nella storia. L'Italia e il mondo intero hanno dovuto subire significativi e veloci cambiamenti, soprattutto sull'onda della gravissima crisi economica avviatasi nel 2008 che proprio quest'anno ha toccato i picchi di maggiore intensità. Fra i fatti che meritano di essere ricordati, accanto a singoli episodi comunque importanti come l'uccisione del "Re del terrore" Osama bin Laden o come la scomparsa del "genio futurista" Steve Jobs, ve ne sono alcuni che investono settori decisivi dell'esistenza umana quali l'affermazione di nuovi spazi partecipativi, le conquiste in tema di diritti e i progressi nel campo scientifico.

Democrazia e cittadini

Andiamo per ordine. L'anno agli sgoccioli è stato scandito dalla nascita di vari movimenti spontanei di lotta e di sensibilizzazione, sospinti dalla forza divulgativa dei social network. Nel nostro Paese, il potere ha dovuto ripetutamente fare i conti con quanti hanno deciso di organizzarsi per rivendicare il diritto di decidere autonomamente del proprio futuro. Da "Se Non Ora Quando" a "Il Nostro Tempo è Adesso" ai "Draghi Ribelli", le donne e i giovani, i precari e gli studenti si sono battuti solo all'insegna della "buona politica" e in nome della giustizia sociale.

Come dimenticare la ventata referendaria che ha travolto l'Italia, col clamoroso risultato sul nucleare, l'acqua pubblica e la giustizia? O le vittorie altrettanto sorprendenti di Pisapia e De Magistris alle amministrative, con quell'infinita "onda arancione" che ha contagiato tutta la Penisola? Semplicemente persone, centinaia di migliaia, che riunendosi in comitati e associazioni hanno spiazzato la politica ufficiale dimostrando che si può ancora contare dal basso. Oltre la deleteria partitocrazia italiana senza partiti e fino all'ultimo grande traguardo della scorsa estate: il milione e passa di cittadini che hanno firmato per abrogare la legge elettorale "porcata".

Un'intelligenza collettiva, animata da tanti corpi intermedi che vogliono vivere in una società trasparente, aperta e realmente libera. E che utilizzano i nuovi strumenti digitali per fare "Rete", confrontantosi a livello globale e superando l'autoreferenzialità dei vecchi e rigidi apparati decisionali (partiti e sindacati su tutti) buoni solo a resistere a ogni cambiamento.

E' lo stesso metodo che ha mosso e continua a muovere i protagonisti di "Occupy Wall Street", indotta all'azione dalle macerie sociali prodotte dalla voracità della finanza e che tanti emuli ha incoraggiato pure in Europa, o della cosiddetta "Primavera Araba", capace di abbattare diversi regimi dispotici in Nord Africa e in Medio Oriente ma non ancora di rimpiazzarli con sistemi compiutamente democratici.

Molti degli effetti di questi avvenimenti sono ancora in corso e certamente domineranno il dibattito pubblico anche nei prossimi mesi. Anzi è il dissenso, assieme alla voglia di un futuro migliore, che si fa esso stesso argomento di discussione nell'agenda dei media e delle istituzioni.

Libertà e diritti

Per elencare i tanti straordinari risultati ottenuti nel corso del 2011 nel campo dei diritti umani e delle libertà civili, è utile ricorrere ai dati pubblicati da quella che è forse la massima autorità nel settore: Amnesty International. L'impegno di questa come di altre attivissime agenzie umanitarie, ha consentito di liberare numerosi prigionieri politici in tutto il mondo, di evitare l'esecuzione di condanne a morte e di fermare atti di sgombero forzato nei confronti delle minoranze.

Fra le 12 migliori buone notizie del 2011 citate da Amnesty, si guadagna un posto anche l'Italia grazie alla decisione con la quale il Consiglio di Stato, nel novembre scorso, ha dichiarato illegali le misure sulla cosiddetta "emergenza nomadi" varate nel 2008. Scorriamo le altre buone notizie dell'elenco.

Prigionieri di coscienza - Tunisia

Il 19 gennaio le autorità tunisine dispongono il rilascio di tutti i prigionieri politici e di coscienza. Fra questi, il giornalista Fahem Boukadous e l'attivista Hassan Ben Aldallah, entrambi arrestati e condannati a quattro anni di carcere per le proteste scoppiate nel Paese tre anni prima e dopo un processo iniquo, con l'accusa di appartenere a un'associazione criminale e di turbare l'ordine pubblico

Prigionieri di coscienza - Cuba

Il 4 febbraio, dopo quasi otto anni di prigionia, viene rimesso in libertà l'attivista per i diritti umani Guido Sigler. Era stato arrestato per ordine del regime castrista nell'ambito di una dura repressione contro il dissenso e condannato a 20 anni di carcere per reati di opinione e in difesa della sicurezza nazionale.

Il successivo 12 febbraio, il governo ordina pure la scarcerazione dei prigionieri di coscienza Hector Maseda e Angel Moya, condannati sempre a 20 anni di carcere nel 2003.

Infine, il 23 marzo vengono rilasciati Felix Navarro e José Ferrer, anch'essi prigionieri di coscienza condannati a 25 anni di carcere per reati contro l'indipendenza del Paese.

Violenza contro le donne - Repubblica Democratica del Congo

Il 21 febbraio il colonnello Kibibi Mutware viene giudicato colpevole per aver ordinato lo stupro di 35 donne in un villaggio nell'est del Paese, assaltato nel corso di un'operazione militare dalle forze armate. E' la prima condanna emessa da un Tribunale congolese, dopo decenni d'impunità, per la pratica assai in voga in alcune realtà africane dello stupro di massa.

Pena di morte - Stati Uniti d'America

Il 9 marzo, dopo una moratoria sulle esecuzioni durata 11 anni, l'Illinois diventa il sedicesimo Stato degli Usa ad abolire la pena di morte. Il governatore Pat Quinn, nel prendere la decisione, commuta anche le condanne a morte degli ultimi 15 prigionieri in attesa di esecuzione.

Il 22 novembre, il governatore dell'Oregon John Kitzhaber annuncia che non permetterà l'esecuzione della condanna a morte di Gary Haugen, prevista il 6 dicembre, né quella di qualsiasi altro detenuto rinchiuso nel braccio della morte, durante il suo mandato.

Il 7 dicembre, il Procuratore di Philadelphia comunica di rinunciare a chiedere la pena di morte per Mumia Abu-Jamal, giornalista e attivista arrestato nel 1981 per l'omicidio di un agente di polizia.

Sparizioni - Argentina

Il 31 marzo, il generale in pensione Eduardo Cabanillas subisce la condanna all'ergastolo per aver diretto nel 1976 il centro "Automotores Orletti" di Buenos Aires, dove venivano torturati e uccisi i prigionieri politici provenienti da altri Paesi del Sud America.

Il 14 aprile, l'ex presidente Reynaldo Bignone, al potere nei primi anni '80, viene condannato all'ergastolo per i crimini commessi durante la dittatura.

Il 16 maggio, otto ex militari che parteciparono alla fucilazione di 15 prigionieri politici nel 1976, sono condannati all'ergastolo per crimini contro l'umanità.

Prigionieri di coscienza - Azerbaigian

Il 26 maggio viene scarcerato Eynulla Fatullayev, uno dei più noti giornalisti del Paese condannato per diffamazione e terrorismo a causa dei suoi articoli contro il regime.

Giustizia internazionale - Balcani

Il 23 febbraio, il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Yugoslavia condanna a 27 anni di carcere Vlastimir Djordjevic, ex funzionario di polizia serbo giudicato colpevole dell'omicidio di almeno 724 kossovari albanesi nel 1999, molti dei quali civili disarmati, e del successivo spostamento in Serbia di almeno 900 corpi per occultare il massacro. Djordjevic è giudicato colpevole anche della deportazione di almeno 200.000 kossovari albanesi.

Il 14 aprile, lo stesso Tribunale condanna rispettivamente a 24 e 18 anni di carcere, per le uccisioni di massa e le deportazioni inflitte ai danni della popolazione serba durante l' "Operazione tempesta" del 1995, i generali dell'esercito croato Ante Gotovina e Mladen Markac.

Il 26 maggio viene arrestato su mandato delle Nazioni Unite il generale serbo Ratko Mladic, sospettato di crimini di guerra in relazione ai sanguinosi fatti di Srebrenica del 1995, durante i quali vennero sterminati almeno 8000 musulmani.

Il 20 luglio, con le accuse di omicidio e riduzione ai lavori forzati di civili croati fra il 1991 e il 1993, viene arrestato l'ex presidente della Repubblica Serba di Krajina Goran Hadzic, ultimo principale indiziato di crimini contro l'umanità nei Balcani ancora latitante.

Il 6 settembre, infine, il Tribunale dell'Aja condanna a 27 anni di carcere Momcilo Perisic, ex capo dell'esercito jugoslavo, per le atrocità commesse durante l'assedio di Sarajevo dal 1992 al 1995 e per il genocidio di Srebrenica.

Prigionieri di coscienza - Russia

Il 27 luglio viene rilasciato Aleksei Sokolov, fondatore di una organizzazione non governativa per i diritti umani, dopo oltre due anni di detenzione con le pretestuose accuse di furto e rapina.

Prigionieri di coscienza - Iran

Il 27 agosto, in occasione della fine del Ramadan, la Guida suprema Ali Khamemei concede la grazia a circa 70 prigionieri di coscienza e politici condannati per reati vaghi contro la sicurezza, tra i quali la partecipazione alle proteste dell' "Onda verde" susseguitesi dal 2009 in poi.

Prigionieri di coscienza - Myanmar

Il 12 ottobre, oltre 200 prigionieri politici e di coscienza tornano in libertà a seguito di un'amnistia concessa dalla giunta militare. Tra i rilasciati figurano il noto attore dissidente Zarganar, la sindacalista Su Su Nway e l'attivista studentesco Zaw Htet Ko Ko.

Pena di morte - Cina

Il 23 novembre, dopo una revisione del processo, la Corte intermedia della città di Dandong  commuta in ergastolo la condanna a morte di Leng Guoquan, inflitta nel 2009 a seguito di confessioni estorte con la tortura per il suo presunto coinvolgimento in una rete di trafficanti di droga.

Ricerca e progresso

Nonostante nemmeno il 2011 sia stato tenuto al riparo dai conservatorismi e dagli integralismi, soprattutto religiosi, che vedono nella scienza e nella tecnica due nemici del genere umano da abbattere con ogni mezzo, non sono mancate le nuove scoperte, anche rivoluzionarie, ottenute dopo anni di ricerche e di studi faticosi. La "top ten" dei più utili e importanti traguardi scientifici degli ultimi dodici mesi, in questo caso, si può stilare girovagando qua e là per la Rete e consultando vari blog e siti specializzati.


Ringiovanimento delle cellule umane

Già nel 2010 la comunità scientifica era stata sconvolta dalla ricerca di alcuni studiosi francesi che avevano dimostrato come, controllando la degradazione dei telomeri, fosse possibile invertire il processo di invecchiamento nei topi. Quest'anno, il ricercatore dell'Università di Montpellier Jean-Marc Lemaître, ha ottenuto un risultato perfino più ambizioso: riprogrammare cellule umane prese da un paziente di 100 anni e trasformarle in cellule staminali virtualmente identiche a quelle embrionali. Naturalmente, con l'obiettivo di capire se queste cellule possano essere riutilizzate per produrre nuovi tessuti e curare molte malattie genetiche anche letali.

Levitazione quantica

All'Università di Tel Aviv, un gruppo di ricercatori ha inventato un modo per far levitare oggetti, da fermi o in movimento, ricorrendo alla tecnica della levitazione quantica. Sfruttando lo stesso principio della levitazione magnetica, questa procedura permette di intrappolare un superconduttore dentro un campo magnetico prodotto da un magnete, e di instaurare con esso un legame quasi impercettibile ma di una forza straordinaria e finora sconosciuta.

Trattare il Parkinson riprogrammando le staminali

Una equipe australiana, guidata dal professor Lachlan Thompson, è riuscita nel tentativo di riprogrammare le cellule embrionali per trasformarle in neuroni dopaminergici, la cui perdita è responsabile del morbo di Parkinson. Il prossimo passo, sarà appunto quello di impiantare tali cellule nel cervello di persone affette da Parkinson.

Kepler-22b, una nuova Terra nell'universo

Nella costellazione del cigno, a 600 anni luce dalla Terra, un pianeta simile al nostro orbita attorno a un sole altrettanto simile a quello che ci riscalda. La scoperta è di questi giorni e riguarda il pianeta "Kepler-22b", il primo a mostrare caratteristiche tanto compatibili da candidarlo come possibile pianeta abitabile.

Il chip quantistico italiano

Una scoperta dell'Istituto di Fotonica e Nanotecnologie del Cnr segna un importante passo in avanti nello sviluppo dei computer quantistici. Si chiama Cnot ed è un chip di vetro grande quasi due centimetri che integra un circuito scritto tramite laser, consentendo il trasporto di informazioni non più tramite elettroni ma attraverso i fotoni. L'obbiettivo della ricerca è quello di moltiplicare di varie unità di grandezza le attuali prestazioni dei computer.

Un braccio robotico controllato col pensiero

Dopo la sedia a rotelle guidata dal pensiero e i primi tentativi di costruire auto manovrabili col pensiero, presso l'Università di Pittsburgh un paziente paralizzato è riuscito a controllare un braccio robotico con la mente. Grazie alla scoperta di alcuni studiosi che hanno abbinato specifiche onde elettromagnetiche prodotte dal cervello umano a specifici movimenti di uso comune come lo stringere una mano, impiantando degli elettrodi sottopelle.

Nanoantenne solari

All'Unversità del Missouri hanno sviluppato un prototipo di nuova cella solare flessibile che, secondo i ricercatori, potrebbe garantire efficienze energetiche superiori al 90%. Il segreto sta nell'utilizzo di nanoantenne capaci di catturare energia dalla luce anche a livello di spettri infrarossi.

Ingegneria molecolare per combattere la leucemia

Gli scienziati dell'Università della Pennsylvania hanno estratto delle cellule T da pazienti affetti da leucemia linfoide cronica, integrando nel loro DNA la proteina CAR in grado di legarsi a cellule che presentano proteine CD19 come appunto quelle della leucemia. I primi risultati sono incoraggianti: nei pazienti si è osservata una significativa riduzione della massa tumorale.

Uno scanner che legge nella mente

All'Università di Berkeley, una squadra di ricercatori guidata dal prof. Jack Gallant è riuscita per la prima volta a riprodurre quello che un soggetto sta vedendo, rielaborando le onde cerebrali registrate durante la visione di scene tratte da film di Hollywood. I risultati sono ancora da verificare, ma la strada imboccata appare quella giusta.

Clonate le prime cellule umane

Al fine di dotarsi di strumenti più efficaci per combattere il diabete e i traumi alla spina dorsale, lo Stem Cell Foundation Laboratory di New York ha ottenuto importantissimi risultati nel tentativo di clonare le prime cellule staminali umane. Si tratta, tuttavia, di una sperimentazione dalle prospettive incerte in quanto le cellule riprodotte hanno un corredo cromosomico diverso da quello presente nell'uomo. Occorrerà approfondire.

150° Unità d'Italia

Infine, per quel che riguarda in particolare il nostro Paese, quello che se ne va è stato anche l'anno delle celebrazioni per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Una carellata di iniziative tuttora in corso, segnate da una partecipazione popolare straordinaria e senza precedenti.

Il miglior ricordo, sono le parole tratte dai tanti discorsi tenuti durante le celebrazioni stesse dal principale artefice del ritrovato orgoglio nazionale della comunità degli italiani, vale a dire il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano:
''E' stato un lungo tragitto quello dei 150 anni, che ha visto l'Italia crescere e trasformarsi tra molte contraddizioni e conoscendo anche periodi bui e fatali cadute (...) L'unità nazionale ha retto anche a prove estreme, tornando a rivivere pure quando dopo le guerre sembrava che fosse stata mortalmente compromessa e spezzata (...) Oggi l'Italia è un Paese democratico fra i più avanzati in quell'Europa che ha concorso a fondare. Unito e libero, solidamente ancorato alla Costituzione repubblicana partorita grazie al sacrificio di tanti figli della Patria (...) Su questa strada, lungo la quale nuove ardue sfide e opportunità l'attendono, l'Italia potrà tanto meglio procedere quanto più resterà saldamente unita".

Buon 2012 a tutti.

venerdì 16 dicembre 2011

Nebbie nere sull'Italia, ma la violenza razzista non avrà la meglio sul processo di integrazione


Sul nostro Paese si stanno addensando nubi cariche di odio. Gli episodi di violenza razzista dei giorni scorsi sono un segnale inquietante che non va sottovalutato, anche se il clima sociale pare negli ultimi tempi essersi assestato su toni più sobri e tranquilli, dopo un ventennio di feroce guerra civile simulata fra le forze politiche che ha avvelenato gli animi e le menti. Ma le scorie di quella fase rimangono, e forse è proprio in questo momento, ora che sono stati rimossi dal governo i maggiori responsabili, sul piano culturale, della crescente paura del diverso, che occorre alzare la guardia.

Le due vittime senegalesi di Firenze sono state uccise innanzitutto da quella paura, la stessa che ha indotto una irresponsabile mocciosetta torinese a raccontar frottole per proteggere se stessa e accendere la miccia dell'intolleranza contro la comunità dei Rom. Che spinge ogni giorno tanti "italioti" a lanciare sguardi diffidenti agli extracomunitari nei tram, in metropolitana, al mercato. A volte, purtroppo, perfino nelle aule scolastiche. Chi si ostina a ricorrere, magari indossando buffe camicie o cravatte verdi, a slogan populistici privi di senso meriterebbe di essere messo al bando e rinchiuso in una cella buia e ammuffita.

Foad Aodi, medico e presidente della Comunità araba in Italia, ha lanciato l'allarme subito dopo i fatti di Firenze evidenziando come da tempo gli stranieri presenti nel nostro Paese si sentano sotto tiro e rivolgendosi direttamente al neo ministro Riccardi affinchè si impegni per riconoscere loro maggiori tutele e garanzie. Torino, in particolare, anche se a differenza di Firenze lì non ci sono stati i morti, rappresenta un caso assai grave ed emblematico del corto circuito, spesso criminale, nel quale è piombata la società italiana. La rappresaglia, costruita sul pregiudizio, ne è l'elemento distintivo. Capace di evocare tristissime pagine della nostra storia della quale non si può certo andar fieri, checché ne dicano illustri parlamentari della destraccia berlusconiana alla Ciarrapico o alla Mussolini.

Le politiche di integrazione attuate nel nostro Paese, anche ai tempi della consociazione catto-comunista, sono state un vero fallimento. Anzi, il razzismo è andato via via emancipandosi anche sul piano istituzionale, soprattutto a causa dell'anomalia politica sorta nel civilissimo Nord che fa della guerra al diverso la propria principale, se non esclusiva, bandiera ideologica. Sventolata non di rado pure da fogliacci, fino a qualche settimana fa proni al regime, mandati alle stampe non per stimolare ragionamenti ma solo per solleticare i peggiori istinti del volgo.


Istinti che possono svilupparsi spontaneamente fra i comuni cittadini, come a Torino, o darsi una vera e propria organizzazione ideologica e a volte paramilitare, al punto da indurre alla follia omicida come invece è accaduto a Firenze. E come spessissimo avviene nella Capitale, con le barbare incursioni dei gruppi neonazisti a danno degli immigrati e degli omosessuali. Fra le squadriglie dell'odio e della violenza si distingue per pericolosità "Militia", che proprio recentemente ha dovuto subire un duro colpo da parte dei nuclei antiterrorismo con arresti e perquisizioni per le ripetute azioni contro la comunità ebraica di Roma e le minacce al Sindaco Alemanno e ai presidenti di Camera e Senato.

Autentici delinquenti abituati a dare fuoco alle attività commerciali gestite da stranieri e a incontrarsi presso la palestra "Primo Carnera" o la discoteca "Kinky Club", dove sfogano la propria passione nera al grido di "Oltre il fascismo nulla!". E invece, cari balordi e vigliacchi che sapete prendervela solo coi più deboli, oltre quel nulla c'è la vostra emarginazione sociale e si spera pure il carcere duro. Anche se il percorso di pulizia e di affrancazione dal marciume ideologico che tristemente incarnate è ancora lungo e abbisogna pure di interventi, accanto alla repressione, di tipo culturale.

Lo sforzo maggiore, in questo senso, deve essere rivolto all'abbattimento del muro dei luoghi comuni, quello secondo cui se un albanese rapina le ville tutti gli albanesi sono rapinatori, se un rumeno violenta una donna tutti i rumeni sono "zingari maiali"... e i negri puzzano, i froci sono malati e i meridionali dei parassiti senza voglia di lavorare. L'intolleranza è fra i mali più subdoli dell'umanità, che si annida proprio dove l'ignoranza si alimenta continuamente di stereotipi e di disinformazione. Nessuno ne è al riparo e se proprio dobbiamo prendercela con qualcuno è il caso di farlo con noi stessi, con una società costruita sulle insidiose fondamenta dell'egoismo e del mito del successo, dove la competizione coincide con la legge del più forte e dove il più debole, di solito quello considerato "diverso", va sconfitto e rimosso con le buone o con le cattive.

L'analisi di Carlo Bonini su Repubblica

Tornando all'episodio di Torino, cosa è davvero più incivile e intollerabile, la presenza dei Rom o il fatto che due italianissimi genitori, nel 2011, considerino la perdita della verginità della propria figlia prima del matrimonio come un marchio infamante? L'arretratezza e non altro, questo è il vero cancro della società italiana! Prendersela con lo straniero, cercare le colpe altrove è sbagliato oltre che troppo facile. I nostri avi, unici e veri patrioti, non hanno combattuto e sconfitto la dittatura oltre mezzo secolo fa, partorendo una fra le più giuste Costituzioni del mondo, per consentire oggi a razzisti, fascisti e leghisti di ogni specie di minare liberamente e impunemente i fragili equilibri della società italiana! Serve quindi una risposta decisa, iniziando da una maggiore chiarezza sul piano delle responsabilità penali.

Se quei barbari delle vallate padane, ad esempio, finiti inopinatamente nel Parlamento nazionale solo per tutelare i discutibili interessi di qualche allevatore in rotta col fisco, proseguissero nella propria scellerata campagna di delegittimazione dell'unità del Paese, con annesse e reiterate minacce di scatenare le baionette contro Roma, sarebbe forse il caso di dichiarare il loro movimento politico fuori legge e di mandare i Carabinieri a prenderli. Altro che "facciamo come la Cecoslovacchia"!

In proposito, la rivista MicroMega ha appena lanciato un appello sul web, che ha già raccolto migliaia di firme e rivolto al Presidente Napolitano, per chiedergli di intervenire su governo e magistratura affinchè i fascisti, i negazionisti e i fascisti in genere vengano puniti con la galera. Va detto che proprio da parte del nuovo esecutivo, guidato da quel "servo dei poteri forti" (beota chi lo pensa) che risponde al nome di Mario Monti, sta arrivando qualche segnale confortante di civiltà in netta discontinuità col precedente governo. Il ministro dell'Interno Cancellieri, infatti, ha firmato una direttiva indirizzata a tutti i Prefetti che finalmente consente ai rappresentanti degli organi di informazione, dopo le grandi polemiche degli scorsi anni, l'accesso ai Centri di accoglienza per testimoniare come vengono trattati gli immigrati.


Il problema del razzismo, è bene ribadirlo, si risolve innanzitutto promuovendo nuove politiche di integrazione a livello istituzionale. Giustificate dal fatto - anche se è vero che la crisi economica sta fermando i flussi migratori verso l’Italia - che gli stranieri già presenti nel nostro Paese sono sempre più radicati sul territorio. Lo dice il rapporto Ismu 2011 sulle migrazioni, che ha certificato che in un anno (dal 1° gennaio 2010 al 1° gennaio 2011) si sono contate solamente 70 mila nuove presenze (con un calo dell'86%) a fronte delle 500 mila dell'anno precedente. In generale, su 5 milioni e mezzo circa di stranieri presenti in Italia al 1° gennaio 2011, oltre 4 milioni risultavano effettivamente residenti (+335 mila) e appena 443 mila erano irregolari (11 mila in meno rispetto al 2010).

Il maggiore radicamento è provato da fenomeni quali l'aumento dei nuclei familiari di origine straniera o misti (cresciuti dal 1991 al 2009 addirittura di tredici volte), l'acquisto di una casa di proprietà da parte del 15% delle famiglie straniere e del 50% di quelle miste, infine dalla cifra degli alunni stranieri che ha ormai raggiunto l'8% dell'intera popolazione scolastica. Altro dato decisivo, quello relativo alla maggiore presenza di lavoratori stranieri a dispetto della crisi economica: tra il 1° trimestre 2010 e il 1° trimestre 2011, questi sono infatti aumentati di quasi 276 mila unità (+14%). La componente straniera rappresenta attualmente il 10% degli occupati totali, contribuento a formare il 12% del prodotto interno lordo.

Nonostante si tratti di numeri positivi per l'economia italiana, che proprio grazie agli immigrati può rimanere competitiva nonostante la difficile congiuntura finanziaria, il rapporto Eurobarometro 2011 evidenzia come l'immigrazione sia invece percepita da ben il 24% degli italiani intervistati come il principale problema da affrontare su scala nazionale (+11% rispetto al dato precedente). Intervengono, pure in questo caso, i luoghi comuni di sempre: "rubano il nostro lavoro", "portano delinquenza", "hanno una cultura incompatibile con la nostra".

In realtà, il nostro Paese continua a restare per gli stranieri la prospettiva migliore per far crescere i propri figli. Se nell'ultimo Rapporto CENSIS gli italiani emergono come sempre più "fragili e isolati", gli immigrati comunicano fiducia nel futuro proprio grazie all'ottima percezione della realtà italiana e alla solida volontà di integrarsi in essa. Oltre il 72% di loro, infatti, pensa che da qui a 10 anni non lascerà l'Italia. Dallo studio del Censis emerge, pertanto, la sempre più convinta posizione dei 4,5 milioni di immigrati censiti (che nel prossimo decennio si stima arriveranno a 7 milioni) in tema di  cittadinanza: il 54% considera l'Italia "uno dei Paesi del mondo dove si vive meglio".

Questa immensa fiducia nel futuro si traduce in un forte investimento sulla formazione, per garantire un percorso di crescita e di riscatto sociale ai propri figli: il 98,4% dei genitori immigrati intende infatti farli studiare, e il 75,8% vorrebbe che prendessero addirittura una laurea. Sono cifre quasi doppie rispetto alle medesime rivelazioni riguardanti gli italiani. Come bisogna rispondere a tanto entusiasmo, a questa voglia di sentirsi pienamente cittadini italiani? Con la diffidenza o, peggio, con la violenza razzista di questi giorni? Oppure avendo il coraggio e la lungimiranza di ripensare i nostri modelli sociali e culturali?


Ecco, allora, che la questione della cittadinanza ritorna prepotentemente ad occupare il dibattito pubblico. Il dossier Caritas-Migrantes 2011, ad esempio, oltre a confermare i dati interessanti sulla presenza degli stranieri nel nostro Paese, ha messo in risalto che le leggi sulla cittadinanza attualmente in vigore, concepite vent'anni fa per rispondere a vecchie questioni riguardanti la nostra emigrazione all'estero, non sono invece in grado di affrontare in modo adeguato il nuovo fenomeno dell'immigrazione. Ogni tentativo riformatore, del resto, è quanto mai arduo per la convivenza di due differenti posizioni: da un lato, quella di chi considera la cittadinanza solo come una diga per tutelare le peculiarità culturali e identitarie dell'Italia; dall'altro, chi la riduce a semplice mezzo per l'integrazione immediata, senza percorsi graduali di inserimento.

Per gli analisti della Caritas, si tratta di due correnti di pensiero agli antipodi ma ugualmente estreme. Mentre la prima è anacronistica e pericolosa, proprio perchè rischia di fomentare il sentimento di odio e di intolleranza, l'altra è ingenua in quanto presume che la sola agevolazione dei meccanismi di cittadinanza corrisponda all'automatica integrazione, a prescindere dall'adesione personale del richiedente che ha invece bisogno di andare oltre la prassi e di radicarsi nell'intimo del complesso di regole fondamentali e di tradizioni storico-culturali del Paese in cui vive. Il rischio da scongiurare, insomma, è quello di far nascere una infinità di "cittadini estranei", riconosciuti sul piano giuridico ma esclusi dalle dinamiche di coesione.

La questione dei minori nati in Italia merita un discorso a parte ed è indubbiamente più urgente: sia per ragioni psicologiche, perchè un periodo di 18 anni fa perdere il collegamento fra l'aspirazione e il conseguimento dell'obiettivo, sia per ragioni culturali, perchè chi è nato in Italia ha vissuto la sua socializzazione sul posto e non sarà mai un "cittadino estraneo". La revisione della normativa sulla cittadinanza, da tale punto di vista, è più che mai necessaria e rappresenta una battaglia di civiltà con la quale il nostro Paese sarà presto chiamato a misurarsi. Per isolare ogni istinto xenofobo e per dare un futuro migliore, non soltanto a livello economico, alla nostra società. I vecchi e nuovi estremisti neri, ma anche verdi, se ne facciano pure una ragione.

martedì 13 dicembre 2011

Disabilità e lavoro, la crisi economica accentua le difficoltà di inserimento


Trovare un lavoro con uno stipendio adeguato, che oggi è diventato un percorso ad ostacoli per chiunque, per i disabili continua a rappresentare una meta spesso irraggiungibile. Nei Paesi in via di sviluppo come anche in quelli che fanno parte del mondo più evoluto e industrializzato, Italia inclusa. Per i disabili la vita quotidiana è già di per sè piena di barriere e difficoltà, ma quando si affronta la questione occupazionale, la situazione si complica terribilmente. E perfino dove esiste una normativa in materia, le denunce per discriminazioni aumentano. Lo scenario è tratto dal Rapporto "Uguaglianza nel lavoro: una sfida continua" diffuso dall'Organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di lavoro.

Secondo l'ONU, il 10% della popolazione mondiale, pari a circa 650 milioni di persone, presenta una disabilità fisica, mentale, sensoriale o intellettuale. Fra loro, oltre 470 milioni di soggetti sono in età lavorativa. Il basso tasso di occupazione di questa categoria svantaggiata indica che le discriminazioni per motivi di lavoro sono lontane dall'essere debellate. C'è poi qualcuno ancora più a rischio, come le persone colpite da Hiv/Aids che subiscono le discriminazioni già nel momento in cui si vedono imporre test obbligatori o che non garantiscono la riservatezza dei risultati.

Quanto al problema della disparità salariale, non esistono stime dettagliate su questo tipo di discriminazione a causa delle differenze nelle definizioni nazionali e nei metodi statistici utilizzati. Negli Stati Uniti, ad esempio, un'indagine del Dipartimento del lavoro ha rilevato come le persone con disabilità abbiano un tasso di disoccupazione del 16,2%, a fronte di un tasso del 9,2% per persone senza disabilità. In Svezia, invece, nel 2008 il 62% delle persone con disabilità aveva un lavoro rispetto al 75% delle persone non disabili. In generale, le persone con disabilità hanno comunque salari più bassi. Sempre negli Stati uniti, nel 2007 il reddito medio di una persona con disabilità con contratto di lavoro a tempo pieno era di 34.200 dollari annui, rispetto ai 40.700 dollari per le persone senza disabilità.

Le discriminazioni sul lavoro sono messe in evidenza anche dalle denunce presentate dagli stessi disabili. Nel biennio 2008/2009, la Commissione per i diritti umani dell'Australia ha ricevuto 980 denunce relative alla disabilità, il 43% del totale. In Canada, ancora, tra il 2007 e il 2009 si sono registrati 102 casi di discriminazione sul lavoro per disabilità su un totale di 206 presentati alla preposta Commissione nazionale. Il rapporto evidenzia pure che durante i periodi di recessione economica si tende a dare minore priorità alle politiche volte alla lotta contro la discriminazione e a promuovere una maggiore consapevolezza dei diritti dei lavoratori.

Le stesse Nazioni Unite stimano che l'80% delle persone diversamente abili, nei Paesi in via di sviluppo viva ben al di sotto della soglia di povertà. Secondo la Banca mondiale, inoltre, il 20% dei poveri del mondo soffre di qualche forma di disabilità. Un importante passo in avanti dal punto di vista legislativo è rappresentato dall'entrata in vigore della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dei portatori di handicap. Negli ultimi anni, perfino realtà borderline come il Mozambico o il Kazakistan hanno tentato di modificare le proprie norme sul lavoro includendo misure specificamente rivolte alle persone con disabilità.

Più in generale, sono molti i Paesi che nel tempo si sono dotati di leggi contro le discriminazioni. Nel 2007, il Cile e la Corea hanno adottato norme che vietano la discriminazione della disabilità. Altri ancora, come la Thailandia (2007), la Giordania (2007), l'Etiopia (2008), la Malaysia (2008), la Cambogia (2009) e il Vietnam (2010), hanno adottato leggi specifiche in materia di diritti delle persone disabili. In Giamaica, il governo ha stanziato fra il 2008 e il 2009 oltre 20 milioni di dollari per un progetto destinato a fornire piccoli prestiti a persone con disabilità che desiderano avviare una propria attività. Infine l'emancipata Europa, dove si segnala il caso del Regno Unito, che nel 2008 ha attuato un programma speciale di accesso al lavoro per migliaia di persone con difficoltà di apprendimento e disabilità mentale.

Qual è, invece, la situazione del nostro Paese? L'Istat, in una indagine svolta nel 2010, ha certificato che il 66% delle persone con disabilità è fuori dal mercato del lavoro, e il solo collocamento obbligatorio non basta ad elevarne il tasso di occupazione. In questo senso, diventa quanto mai necessario che imprese e istituzioni collaborino per integrare i disabili e valorizzare la diversità in azienda. In un momento di crisi può sembrare ancora più difficile mettere al centro del dibattito il diritto al lavoro delle persone con disabilità, ma proprio per questo è necessario unire gli sforzi, al fine di assicurare il pieno rispetto della Dichiarazione ONU che assicura l'inclusione e l'accessibilità al mondo del lavoro dei disabili.

Proprio la crisi economica di questi ultimi anni non ha certamente risparmiato le persone con disabilità. E' bene ricordare, infatti, che lo stato di crisi di un'azienda sospende l'obbligo di ottemperare alla legge sulle assunzioni. C'è stato, di conseguenza, un forte rallentamento negli inserimenti. Il dovere, civile e morale, delle istituzioni è dunque quello di ampliare il più possibile gli interventi di tutela, valorizzando ad esempio l'autoimprenditorialità e il ruolo delle cooperative sociali. Auspici, questi, nuovamente espressi dal Laboratorio Lavoro & Disabilità della Fondazione Sodalitas, che giusto a un anno di distanza dal suo lancio propone una serie di iniziative in rete per condividere le esperienze.

Fra queste, sono in programma alcuni incontri formativi per la gestione dell'inclusione in azienda, attraverso cui intraprendere attività di sensibilizzazione sugli strumenti più efficaci per gestire il complesso e delicato tema. "Porte Aperte" è invece un progetto realizzato dalle imprese del Laboratorio, che ospiteranno alcuni studenti universitari disabili per brevi periodi di stage previsti dal loro percorso accademico e attraverso cui conoscere la realtà aziendale ed essere orientati nella scelta della propria futura professione. Infine, è previsto un percorso di formazione scolastica negli istituti superiori per orientare gli studenti con disabilità al mondo del lavoro e alle diverse possibilità di inserimento professionale nell'impresa.

E' indubbiamente molto, ma è qualcosa che viene messo in campo sempre e soltanto per iniziativa dei soggetti privati più sensibili e disponibili. La speranza è che ora, utilizzando magari anche l'ottima presenza di una personalità come Andrea Riccardi all'appena istituito dicastero per l'Integrazione, anche il pubblico cominci seriamente a fare la propria indispensabile parte.

lunedì 12 dicembre 2011

La fabbrica degli sprechi, come la malasanità incide sulla crisi economica


13 miliardi di euro, a tanto ammonta la mole di risorse pubbliche devastate dall'inefficienza degli ospedali italiani, pari a circa il 29% dei finanziamenti ricevuti dallo Stato che continuano a risultare di gran lunga superiori alle prestazioni effettivamente erogate ai cittadini. Si tratta di uno spreco inaudito, che se oculatamente rimosso potrebbe contribuire a risolvere la crisi economica che stiamo vivendo.

A rivelare questo fosco scenario - ma non c'era certo bisogno di ulteriori dossier per comprendere in quale stato di coma quasi irreversibile versi la sanità italiana - è il Rapporto Aiop 2011 su "Ospedali e Salute", appena presentato alla Camera dei Deputati. L'analisi mette in luce, oltre alla fitta rete di sperperi, il crescente ricorso da parte dell'utenza (oltre l'82% in più rispetto al 2010), evidentemente proprio a causa della grave crisi economica, ai centri pubblici rispetto alle strutture private.

Quanto invece agli sprechi, che rappresentano la parte sostanziale dello studio, ai dati emersi si è giunti attraverso il confronto dei finanziamenti pubblici per la gestione ordinaria ricevuti dalle aziende ospedaliere con la stima del valore economico delle prestazioni erogate. Ebbene, la sorpresa è che l'inefficienza non riguarda più solo il Mezzogiorno, con Campania, Sicilia, Puglia, Calabria e Lazio comunque saldamente in coda alle classifiche dell'efficienza, già divulgate la scorsa estate dal Rapporto CERM 2011 sulla spesa sanitaria, ma investe ormai pure il Nord con punte medie di dissipazione che sfiorano il 22%.

Più in generale, anche nel 2011 la Calabria risulta essere la regione peggiore, con più del 46% di inefficienza riscontrata. Al Nord, invece, la Lombardia perde il primato di regione più virtuosa (19% di improduttività), e viene superata dal Veneto (17%), ma rimane assieme all'Emilia Romagna quella che attrae più pazienti dal resto d'Italia. Al Centro, la regione che in assoluto spreca più soldi è il Lazio con quasi 2 miliardi di euro bruciati nel 2011. Assai critica è anche la situazione delle regioni a Statuto Speciale, con una inefficienza media del 36% e picchi del 42% in Sardegna.

Il rapporto offre un altro spunto di riflessione molto interessante: nel nostro Paese continuano ad aumentare le richieste di cure, a conferma del progressivo e inesorabile invecchiamento della società. Nell'anno che sta per concludersi, ben un cittadino su tre (29,5%, +6% rispetto al 2010) ha dovuto usufruire delle prestazioni ospedaliere. In sensibile aumento (+2,6%) anche il ricorso ai presidi di pronto soccorso. In flessione, come detto, i numeri del privato: 17,8% (-2%) per le strutture accreditate, 4,6% (-0,5) per le cliniche.

Nonostante le palesi disfunzioni, l'indagine sui cittadini ha evidenziato una positiva percezione dei servizi offerti dai centri ospedalieri. Un giudizio "molto" o "abbastanza soddisfatto" è stato espresso addirittura dall'87,8% dei pazienti che hanno usufruito delle strutture pubbliche e dal 96,6% di chi si è rivolto invece a quelle private.

Eppure, circa mezzo milione di cittadini rimane vittima ogni anno negli ospedali italiani di eventi cosiddetti "avversi". Una infezione provocata da una ferita, una malattia batterica, un problema legato a un errore commesso in sala operatoria, sono sempre più numerosi gli eposidi di "malasanità" narrati dalle cronache dei media. Spesso si tratta di danni assolutamente evitabili (nel 56,7% dei casi), semplicemente osservando in modo corretto le procedure o tenendo fede alla deontologia professionale. Ma quasi sempre sono errori le cui conseguenze sul malcapitato paziente possono spingersi fino alla disabilità permanente o alla morte.

Lo stesso Ministero della Salute ha condotto la prima ricerca italiana sulla delicata materia, avvalendosi del prezioso apporto del Centro rischio clinico della regione Toscana. Lo studio ha preso in esame 8 mila cartelle cliniche di cinque grandi policlinici italiani (Milano, Firenze, Pisa, Roma e Bari), valutando i risultati delle cure. E' un approfondimento innovativo e scrupoloso che, a differenza di quanto avviene già da tempo in altri Paesi evoluti, in Italia non era mai stato eseguito.

Ne risulta che il 5,1% dei 10 milioni di ricoveri annui italiani, si caratterizza per un "evento avverso" ai danni del malato. Vale a dire, come attestato dai ricercatori, "per un incidente inatteso e indesiderato, incluso nella cartella clinica e attribuibile alla gestione sanitaria piuttosto che alla patologia di base del paziente, che ha provocato una lesione e/o disabilità e/o il prolungamento del ricovero e/o la morte".

La conseguenza più ricorrente dell'errore sanitario (pari al 66% dei casi rispetto al 28% in cui si verifica il decesso) è il prolungamento del ricovero, che comporta un esborso supplementare di denaro da parte dello Stato. Un giorno di degenza in ospedale, infatti, costa all'incirca 400 euro al servizio sanitario nazionale.

Dunque, malasanità e sperpero di risorse spesso coincidono. Un lusso che il nostro Paese in particolare, dove nonostante le buone intenzioni e le competenze del governo Monti gli egoismi delle tante caste esistenti sembrano voler ancora prevalere sul buon senso e sul bene comune, non può più permettersi.

Come se ne esce? Pure in questo caso, con maggiore democrazia. Quella vera, però, basata sulla buona Politica. Che in Italia, visti i cialtroni che occupano abusivamente il Parlamento e i più o meno noti conflitti di interessi che resistono tentando di condizionare gli eventi, paradossalmente significa meno peso delle oligarchie travestite da partiti. E una sanità senza partiti, così come l'informazione pubblica o l'istruzione o la cultura, ci farebbe compiere un bel salto di qualità. Individualmente e come Nazione.